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Giovanni Pascoli

 

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"Cercavo un anno fa un luogo appartato e solitario dove fare certi miei poveri lavori e ribevermi certe mie povere lagrime in pace. Venni a Barga. Vidi che "c'era bello" e sostai.
Ora la vostra accoglienza, o cittadini di Barga, mi dice che in questi luoghi "c'è buono".
Dove è la bellezza e la bontà il cuore dell'artista non ha altro a desiderare. Io rimarrò qui."

Così parlava Giovanni Pascoli nel 1896, l’anno successivo al suo arrivo in Valle del Serchio, presso Castelvecchio di Barga; e molte “povere lagrime” da far asciugare certamente Pascoli aveva.

Nato a San Mauro di Romagna il 31 dicembre 1855, quarto di otto figli, ebbe anni giovanili funestati da tragici eventi che colpirono il “nido famigliare”: tra questi spiccano certamente la morte del padre il 10 agosto 1867 (avvenimento che ispirò nel Pascoli maturo poesie come “10 agosto” e “La cavalla storna”), la morte della madre, l’anno dopo, e la perdita del fratello Giacomo (colui che dopo la morte del padre aveva preso in mano le redini della famiglia e che Giovanni definì “il piccolo padre”).

Questi tragici eventi influenzarono profondamente la sua vita, la sua visione del mondo e la sua poetica.

Nell’ambito scolastico Giovanni, dopo aver iniziato gli studi nel collegio degli Scolopi di Urbino, nel 1873 vinse un concorso per una borsa di studio, tra gli esaminatori vi era Carducci, che gli consentì di frequentare Lettere all’Università di Bologna.
Dopo la morte del “piccolo padre” ebbe un momento di sbandamento: si avvicinò ai movimenti anarchici, perse la borsa di studio e addirittura nel 1879 venne incancerato per alcuni mesi con l’accusa di oltraggio all’autorità.
Sostenuto e incoraggiato anche da Carducci, riuscì a superare queste difficoltà, continuò a scrivere poesie e sonetti e nel 1882 si laureò a pieni voti in Lettere.
Negli anni successivi, mentre insegnava in vari Licei, continuava a coltivare la sua grande passione, la poesia, giungendo nel 1891 alla pubblicazione della sua prima importante opera: “Myricae”.

Nell’animo di Pascoli però aleggiava sempre una sottile malinconia: il ricordo del “nido famigliare”, troppo presto spezzato, e l’intima voglia comunque di ricostruirlo con le persone a lui più care.
Questa importante desiderio sembrò realizzarsi nel 1885 quando le sorelle Ida e Maria lo raggiunsero a Massa, dove insegnava presso il Liceo Pellegrino Rossi.
Tale felicità però non durò molto: nel 1895 infatti le nozze della sorella Ida distrussero nuovamente quel “nido” che Giovanni aveva pian piano ricostruito.
“Questo è l’anno terribile, dell’anno terribile questo è il mese più terribile. Non sono sereno: sono disperato” così scriveva commentando l’avvenimento.

È con questo animo dunque che nel 1895, il 12 ottobre, Giovanni e Maria giunsero a Barga per prendere in affitto una casa, con annesso podere (la “mia bicocca” la definì poi) presso il paese di Castelvecchio.
Qui Pascoli, tra “il bello e il buono”, insieme alla sorella Maria e al fido cane Gulì, ritrovò quel calore e quella serenità che ormai appartenevano a tempi lontani. A sottolineare ancora di più questo fatto nel 1902, anche grazie all’interessamento di amici barghigiani, tra i quali spicca il Senatore del Regno Antonio Mordini, acquistò la “bicocca”.
Durante questi anni continuò ad insegnare, nel 1905 successe a Carducci nella cattedra di Letteratura Italiana all’Università di Bologna, e a scrivere poesie: escono raccolte quali “Poemetti” (1897), “Canti di Castelvecchio” (1903), “Primi poemetti” (1904) ed altre ancora.

In terra di lucchesia strinse anche importanti amicizie: oltre a quella col Senatore Mordini, in memoria del quale nel 1905 tenne il discorso inaugurale del monumento che i concittadini eressero a ricordo del grande patriota morto tre anni prima, ci fu quella col maestro Giacomo Puccini.
Frequenti furono le visite del grande musicista a Castelvecchio e per capire la profonda amicizia che correva tra i due artisti è sufficiente leggere la poesia augurale che Pascoli inviò a Puccini dopo il “fiasco” della “Madama Butterfly” alla Scala di Milano il 17 febbraio 1904:

“Caro nostro e grande Maestro,
la farfallina volerà:
ha l’ali sparse di polvere,
con qualche goccia qua e là,
gocce di sangue, gocce di pianto…
Vola, vola farfallina,
a cui piangeva tanto il cuore;
e hai fatto piangere il tuo cantore…
Canta, canta farfallina,
con la tua voce piccolina,
col tuo stridire di sogno,
soave come l’ombra,
all’ombra dei bambù
a Nagasaki ed a Cefù.”
..

La morte, per un tumore al fegato, lo colse a Bologna il 6 aprile 1912; oggi riposa nella Cappellina annessa alla sua casa di Castelvecchio, divenuta museo.

La produzione poetica di Pascoli, uno dei maggioni poeti del novecento, vasta ed eclettica, consistette in un incessante sforzo di ricerca metrica e formale imperniata su temi vari, quali: il gusto per le piccole cose, viste con gli occhi di un bambino; il torbido, il nascosto; l'ansioso bisogno di quiete, di un "nido" sereno di affetti; il simbolismo; la celebrazione, propria delle sue ultime opere.

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